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La nemesi del complotto

di Lucia Annunziata –

Matteo Renzi è arrivato al punto in cui un politico non dovrebbe mai arrivare: il “Ci vogliono far fuori”, il “disegno evidente”, il “non ci faremo processare dai giornali”. Parole pronunciate nel corso della intervista a Lilli Gruber. Al netto della mia parzialità dovuta all’apparentamento dell’Huffington Post con l’Espresso e con l’intero Gruppo Espresso chiamato in causa da Renzi nella persona del suo editore, se questa è la linea con cui l’ex premier va al “contrattacco” è piuttosto fragile.

C’è intanto qualcosa di triste nel vedere un politico così giovane arrivare così presto a un classico della vecchia politica. Meglio: un classico dell’invecchiamento in politica. Non c’è mai stato infatti segno migliore del concludersi di un ciclo personale e di partito della famosa spiegazione dell’altro da sé.

La caduta di Andreotti spiegata con la vicenda dell’Achille Lauro, il capolavoro di Bettino Craxi che della sua caduta fece una riscrittura della Storia, seguito con passo di danza pochi anni dopo da Silvio Berlusconi che trasformò in uno status quello del perseguitato politico. La tentazione di evocare le forze oscure che tramano contro le forze sane , è in verità una via d’uscita popolare in ogni stagione e dentro l’intero arco costituzionale – la paranoia dei due anni di D’Alema a Palazzo Chigi, il sospetto permanente del Professor Prodi nei confronti dei suoi alleati interni, la Guerra intorno ai 101, la rielezione di Napolitano e quella successive di Mattarella; fino ad arrivare alla denuncia delle oscure resistenze come forma suprema dell’analisi della quotidianità dentro il Movimento Cinque Stelle.

Il punto è che ogni volta che un politico o una forza politica arriva a denunciare questo passaggio, sta in realtà – la storia lo prova – affrontando una sconfitta. È quello che capita anche all’ex Premier. Ma nel suo caso l’adozione di questa linea di difesa è talmente lontana da tutto quello che ha fatto finora da essere essa stessa una indicazione.

Matteo Renzi si ritrova ad operare oggi in una situazione completamente diversa da quella cui è stato fin qui abituato. Un habitat nuovo della sconfitta, peggiorato anche rispetto a quello del dopo-referendum.

La strategia del ritorno di Renzi dopo il 4 dicembre è pavimentata di molte buone intuizioni rivelatesi storte. La soluzione muscolare della divisione interna al Pd si è ribaltata su sé stessa: usciti i dem, infatti, la frattura politica interna si è riaperta di nuovo, come il terremoto di questi mesi che continua a trasferirsi a faglie limitrofe. A riprova, in Umbria come nel Pd, della fragilità complessiva del territorio.

Il risentimento, la diffidenza reciproca nati in questi anni, stanno ora erompendo attraverso le denunce reciproche di brogli, di tesseramenti gonfiati, di accordi spiacevoli fra capibastone. Un clima che, privo della permanente frizione dei D’Alema, Speranza, e Bersani, si rivela oggi molto più violento di quando di poteva attribuire a un nemico interno.

A riprova di quanto difficile e arbitrario sia stato il percorso del Pd renziano, fra cambi di casacche interne, alleanze spurie fra posizioni fra loro inconciliabili, scandali di voti alle ultime due primarie. Complicazioni e rotture di una organizzazione che, sbandando come un toro ferito, negli ultimi anni, anche prima di Renzi, aveva già fregato Bersani, poi Letta, poi la Presidenza Prodi, e che ora arriva, ultimo nella fila, a fregare anche Renzi.

La volatilità e la non trasparenza della vicenda interna del Pd è la prova che l’ex segretario in realtà non controlla il suo partito. E anche se questa ingovernabilità è stata sepolta dalla scissione, rimane il suo tallone d’Achille È abbastanza evidente a tutti infatti che, in queste condizioni e qualunque ne sarà il risultato, le primarie nascono contestate, e Renzi rischia persino di perderle.

La vicenda giudiziaria che coinvolge il padre aggiunge un secondo effetto deflagrante. Al di là del risultato finale dell’inchiesta, rivela, come è stato bene scritto da altri in questi giorni, una idea di potere. È l’idea che Matteo Renzi ha tanto lavorato per affermare: un unico motore che sia capace di gestire tutto lo Stato. Una scelta che i renziani hanno sempre rivendicato come garanzia della loro possibilità di cambiamento. La reazione delle forze della “conservazione” contro questa loro ambizione al nuovo è il nemico oscuro che sostengono voglia ora farli fuori.

Ma la verità politica della vicenda giudiziaria, al netto di qualunque verdetto futuro, contiene fin da ora una lezione politica: questo potere così accentrato è stato però anche così disattento. Renzi è colto in questa vicenda nella più vecchia delle trame del mondo politico, il familismo. E si difende da queste vecchie trame con il più vecchio degli argomenti del mondo politico.

Primarie contese, perdita di credibilità personale, possibile sconfitta elettorale alle amministrative di giugno, una turbolenza che si estende al governo. È una combinazione di elementi che ci presenta un panorama inimmaginabile fino a pochi mesi fa: il possibile collasso del sistema legato al Pd.

Ma l’ex segretario non sa o non vuole cogliere questo sviluppo. Il coraggioso ragazzo di Firenze arrivato a Roma sfondando le porte, si rifugia oggi nella denuncia di “un chiaro disegno” contro di lui. C’è una nemesi e, come si diceva, una tristezza in questa trama.


di Lucia Annunziata | Editorial Director, L’Huffington Post | Photo ANSA/ANGELO CARCONI


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