La diaspora del Pd, vi prego, cancelli anche la riforma Franceschini sui beni culturali | bambinoides.com
Lunes 27 Febrero, 2017 09:28

La diaspora del Pd, vi prego, cancelli anche la riforma Franceschini sui beni culturali

 
DARIO FRANCESCHINI

Dario Franceschini

 

In queste ore la diaspora del PD sta mettendo sotto accusa, e sta progettando di rovesciare, una buona parte dei provvedimenti chiave del Governo Renzi, che pure aveva votato in Parlamento. Bene, anzi meglio: meglio tardi che mai.

Vorrei però elevare una preghiera: accanto al Jobs Act, alla Buona Scuola, alla soppressione dell’Ici anche per i miliardari, allo Sblocca Italia del cemento non dimenticatevi di ripudiare (e di abrogare, se ne avrete la forza) la cosiddetta riforma Franceschini!

Vi prego di credere non tanto a me o a Salvatore Settis, ma alle centinaia di associazioni e tecnici del patrimonio culturale (molti riuniti nel cartello Emergenza Cultura), o ai cittadini delle zone colpite dal terremoto nell’Italia centrale, che da mesi cercano di bucare il muro del silenzio e della propaganda del potente, eterno Dario Franceschini. Che, se è impegnato nel puntellare il Pd (e nel puntellare soprattutto le sue ambizioni sulla presidenza della Camera, e oltre), è anche impegnatissimo nel far cadere ogni puntello che reggeva il nostro povero patrimonio culturale.

La riforma Franceschini si basa su un principio semplice, anzi brutale: separare la good company dei musei (quelli che rendono qualche soldo), dalla bad company delle odiose soprintendenze, avviate a grandi passi verso l’abolizione. Il resto (archivi, biblioteche, siti minori, patrimonio diffuso) è semplicemente abbandonato a se stesso: avvenga quel che può.

Il progetto sui musei è chiaro: la messa a reddito selvaggia, la trasformazione in un luna park per ricchi. A Palazzo Pitti si fanno gli addii al celibato privati dei milionari; a Brera 50 tavole (tra cui un Piero della Francesca) si crettano mentre tutte le porte sono spalancate ad un clima polare perché si deve allestire una sfilata di Trussardi; la Galleria Borghese presta tredici opere delicatissime ad una grande fiera olandese di antiquariato per ricchi collezionisti; il Palazzo Ducale di Mantova è ridotto ad una fiera del mobile, e la Reggia di Caserta in un outlet di borse griffate. Il Colosseo si trasformerà in una location di eventi (esclusivi, ovviamente) e al Pantheon si impone il biglietto, mercificando un altro pezzo della città di tutti. E tutto questo circo per ricchi gira grazie ad uno schiavismo di massa: perché tutta la baracca è retta da una legione di precari, travestiti da volontari, che vanno avanti con 400 euro al mese, anche se hanno fior di lauree e dottorati di ricerca.

In gioco non c’è la dignità dell’arte, ma la nostra capacità di cambiare il mondo. Il patrimonio culturale è una finestra attraverso la quale possiamo capire che è esistito un passato diverso, e che dunque sarà possibile anche un futuro diverso. Ma se lo trasformiamo nell’ennesimo specchio in cui far riflettere il nostro presente ridotto ad un’unica dimensione, quella economica, abbiamo fatto ammalare la medicina, abbiamo avvelenato l’antidoto. Se il patrimonio non produce conoscenza diffusa, ma lusso per pochi basato sullo schiavismo, davvero non abbiamo più motivi per mantenerlo con le tasse di tutti: non serve più al progetto della Costituzione, che è “il pieno sviluppo della persona umana” (art. 3).

Il progetto sulla tutela, invece, è stato chiarito da Maria Elena Boschi. Dialogando amabilmente con Matteo Salvini in diretta televisiva (a Porta a Porta, il 16 novembre scorso), l’allora ministra per le riforme ha candidamente ammesso: “io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo”. Ecco la verità. Renzi l’aveva scritto, in un suo libro: “soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della democrazia”. Detto fatto: ora chi vuole cementificare, distruggere, esportare clandestinamente, saccheggiare necropoli ha la strada spianata.

Peccato che il terremoto abbia svelato prima del tempo che non c’è più nessuna tutela del patrimonio. Pochi giorni fa un collega storico dell’arte mi ha scritto sconvolto, dopo aver camminato a lungo tra le rovine di Camerino, che il nostro patrimonio è stato abbandonato da “un ministero drammaticamente sprovvisto di mezzi e di persone. Al di là della facile propaganda e delle narrazioni rassicuranti sono i crolli stessi degli edifici, uno dopo l’altro, a raccontare un’altra storia”. E i cittadini rimasti ad Amatrice hanno scritto a Franceschini una lettera straziante e durissima, ovviamente ignorata dai giornali che alimentano la narrazione della ricostruzione: “Ma Lei, signor Ministro, si rende conto della situazione che stiamo vivendo? Si rende conto che insieme ai monumenti di Amatrice stiamo perdendo, come Italiani, un pezzo della nostra storia, che stiamo perdendo un pezzo dell’Italia, non avendo intrapreso se non in minima parte quelle azioni che ne avrebbero salvato almeno una parte?”.

Tra cento anni i libri di storia dell’arte diranno che furono un ministro (Dario Franceschini) e un governo (quello del Pd di Matteo Renzi) a distruggere ciò che in secoli si era costruito: il patrimonio culturale e il sistema di tutela grazie al quale esso era arrivato fino a noi.

Se ora davvero una parte di quel Pd si è svegliata dal sonno e ha deciso di reagire, ebbene, siamo in tanti a pregarlo: ricordatevi anche del nostro patrimonio culturale, ricordatevi dell’articolo 9 della Costituzione. Come scrisse Raffaello al papa Leone X nel 1519: “non deve essere tra gli ultimi vostri pensieri aver cura che quel poco che resta di questa antica madre della gloria e della fama italiana, e che eccita alla virtù gli spiriti che oggidì sono tra noi, non sia estirpato e guasto dalli maligni, dagli ignoranti”.

 


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